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Tag: età evolutiva

Neuropsicomotricità di gruppo per stimolare le funzioni attentive

Ripartono i gruppi di psicomotricità: attività di gioco condiviso per bambini e bambine con fatiche nelle relazioni con i coetanei.

L’obiettivo di queste sessioni di neuropsicomotricità di gruppo è favorire la socializzazione dei bambini in piccolo gruppo, per aiutarli nelle fisiologiche dinamiche di conflitto nel gioco, e stimolare la partecipazione funzionale alle diverse proposte, con la mediazione del terapeuta.

Le sessioni sono dedicate a bambini e bambine dai 2 ai 5 anni.

Grazie alla neuropsicomotricità di gruppo i bambini potranno arricchire il bagaglio esperienziale per sostenere le capacità attentive e di problem solving tra coetanei.

Il gioco rappresenta uno strumento di stimolazione preferenziale per sostenere il processo di crescita dei bambini. Proprio per questo, utilizzando il gioco e l’azione come mediatori, la neuropsicomotricità di gruppo aiuta lo sviluppo delle area motoria, percettiva, emotivo-relazionale-sociale e cognitiva, accompagnando il bambino al superamento delle sue difficoltà attuali, favorendo lo sviluppo armonico della sua personalità.

La fase iniziale prevede una seduta di valutazione individuale finalizzata a raccogliere le difficoltà del bambino/bambina e ad una conoscenza da parte della terapeuta. Successivamente, se il gruppo sarà idoneo ai bisogni rilevati, il bambino verrà inserito e prenderà parte al percorso.

I piccoli gruppi, composti da massimo 5 bambini, saranno seguiti dalla Dott.ssa Marta Fiori, terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva e si terranno il martedì pomeriggio, a cadenza settimanale, per un ciclo di 5 incontri.

Per accompagnare l’intero percorso di sviluppo dei bambini e delle bambine, il progetto è pensato con la possibilità di più cicli sequenziali.


Potete approfondire la possibilità di avvalersi di questo percorso, contattandoci direttamente

TEL: 035. 19912410 – infogeode@aeper.it

oppure compilando il seguente modulo di richiesta di contatto cliccando qui: https://centrogeode.it/geode/contatti/

Adolescenti, tra cambiamenti e legami

Quello degli adolescenti è sicuramente il periodo della vita caratterizzato dai maggiori cambiamenti, fisici e psichici. Un’intensa evoluzione che modifica il sistema di valori, porta ad una ristrutturazione delle relazioni con le figure significative di riferimento, fino al debutto nella società, dove l’adolescente definirà il proprio ruolo e posto nel mondo.

Quali sono le espressioni che caratterizzano questa fragile età?

Fatico ad uscire dalla mia stanza e ho lasciato la scuola già da qualche tempo.
Sono sempre fuori casa, seguo solo le mie regole, non voglio limiti.
Non so cosa sento, non riesco a capire le mie emozioni.
Il futuro non esiste, è troppo spaventoso e lontano per immaginarlo.
Non ho bisogno di nessuno, ma vorrei che qualcuno mi vedesse.

Kaleido, laboratorio di scrittura autobiografica.

La “crisi adolescenziale”

La “crisi adolescenziale” è considerata come la risposta alla pubertà. Essa si esprime nel processo attraverso cui l’adolescente struttura e declina nel suo mondo interno tutte le potenzialità, fisiche e mentali dei cambiamenti innescati. Cambiamenti imponenti e profondi che rappresentano un notevole carico psichico, spesso faticoso da sostenere.

A differenza del passato, però, oggi tutte queste sfide gravano sulle spalle del singolo individuo, che sin dall’infanzia si sente caricato di aspettative sul suo essere speciale e unico, che già in questa età devono essere realizzate.

E i legami rappresentano il banco di prova! La possibilità di esperire relazioni inedite rispetto all’infanzia e nei vari contesti di vita (famigliare, con i coetanei ed affettiva), nonché le modalità con cui l’adolescente affronta questi turbamenti ed elabora le proprie fragilità, identificano l’andamento del processo evolutivo.

I legami: il luogo di incontro-scontro degli adolescenti

È il legame il luogo di incontro-scontro con l’altro, in cui l’adolescente si sperimenta in nuove dimensioni emotive. I luogo dove si creano relazioni di sostegno, ma anche dove, quando l’altro disapprova o ferisce, possono insorgere le proprie insicurezze.
E l’avvicendarsi di tali cambiamenti destabilizza profondamente. Il timore di non essere all’altezza e di ricevere dall’altro uno sguardo diverso dall’approvazione di cui si necessita suscitano vissuti, del registro narcisistico, quali vergogna e umiliazione, ma anche rabbia ed invidia.
Gli adolescenti paiono essere travolti da un turbinio che improvvisamente rivela ciò che nell’infanzia era rimasto sopito. D’un tratto tutto viene portato alla ribalta e richiede una buona dose di contenimento e sicurezza per poter essere affrontato ed elaborato.
Chi non ha la forza e la sicurezza interiore per poter sostenere queste sfide rischia di interrompere il processo evolutivo. E se le risorse interne dell’adolescente, bagaglio della fase infantile, congiuntamente al sostegno ambientale risultano insufficienti per contenere le tensioni, tutto ciò che è l’altro o il nuovo può essere vissuto come potenzialmente distruttivo per la propria integrità.

Ecco perché, per preservarsi da tutto ciò, l’adolescente ricerca il controllo su ciò che vive, tentando di influenzare, e talvolta distorcendo parti di sé o modi di stare con l’altro.

Nel momento in cui i dissidi e i turbamenti non solo destabilizzano l’individuo, ma lo bloccano o lo rallentano significativamente, diviene evidente quali siano i rischi:

  • i sogni si infrangono
  • le aspettative non sono più realizzabili e le paure prendono il sopravvento
  • i bisogni non possono essere dichiarati, perché se non soddisfatti distruggerebbero il Sé così fragile
  • ci si scontra con le barriere erette a propria difesa.

I sintomi e i bisogni che bisogna imparare ad ascoltare

Indipendentemente dalle modalità difensive adottate diviene evidente quel trattenere il respiro, restare in apnea sott’acqua in attesa di un segnale.
Di certo l’ascolto ed il riconoscimento sono qualcosa che manca: manca tra i pari, manca con gli adulti e manca dentro di sé. Le difficoltà, insite in questa fase di vita, necessiterebbero di essere accolte, ascoltate, invece che sminuite e respinte. Il tumulto dei vissuti dell’adolescente sembra quindi necessitare di un luogo, anche metaforico, di accoglienza e di non giudizio. Ovviamente l’ambiente familiare costituisce il primo di questi luoghi. Ma di fondamentale importanza, soprattutto in adolescenza, divengono anche le relazioni con i pari e tutti quegli ambiti dove si fa esperienza dell’altro come figura di identificazione.

Cosa significa “ascoltare un adolescente?”

Entrare in contatto con una persona nella fase del suo maggior cambiamento è un’esperienza intensa, nella quale è possibile cogliere le contraddizioni e le polarità tipiche di questa fase e saggiarne l’intensità. Si distinguono le spinte di indipendenza ed il bisogno di accudimento e gli impulsi a “fare da soli” disinteressandosi delle conseguenze. Si percepiscono le fragilità connesse al caos emotivo e la necessità di essere accettati dagli altri, oltre che accettarsi nei cambiamenti che si stanno attraversando.
Accedere ad un mondo tanto lontano da quello adulto è un processo delicato che richiede uno sguardo curioso, sinceramente interessato e privo di giudizi. È necessario predisporre se stessi ai vissuti che si riattivano del proprio percorso personale ed ascoltare le parti di sé che entrano in connessione con l’altro. Accogliere ciò che l’adolescente porta senza soffermarsi sulle inevitabili strategie difensive che possono
apparire aggressive o disinteressate, in quanto queste altro non sono che la rappresentazione delle difficoltà esperite. E al tempo stesso la spinta vitale con la quale l’adolescente sta cercando di affrontare tali difficoltà, creandosi una strada, che purtroppo a volte può prendere la direzione sbagliata.

È possibile riconoscersi in alcune esperienze o vissuti e disconoscerne altri, ma in nessun caso l’adolescente potrà lasciare indifferenti.

Gli adolescenti in viaggio verso l’età adulta

Presso il Centro Diurno per Adolescenti Kaleido è possibile scorgere la complessità di questo mondo adolescenziale e di come l’opportunità di accedere ad uno spazio “sufficientemente buono” possa riattivare la fiducia nel dialogo con l’altro, a sostegno del percorso evolutivo di ciascuno.

I ragazzi e le ragazze che frequentano il centro diurno sono accomunanti da un blocco evolutivo che si declina diversamente sulla base della propria storia e della propria personalità.

Alcuni si ritirano dalle relazioni e dagli impegni della vita, quali la scuola e la socialità, come scelta di ribellione al malessere sperimentato. O come spinta al raggiungimento di obiettivi che, tuttavia, sono stati imposti loro da altri. Sembra essergli impossibile mettersi in gioco in quanto la possibilità di venire rifiutati o criticati mette eccessivamente a rischio la vulnerabile struttura di quell’adolescente.
Altri invece infrangono le regole, sino a mettersi in pericolo, per testare quei limiti che sentono stretti e per la difficoltà nel gestire i cambiamenti che stanno avvenendo dentro e fuori di loro.

La componente emotiva influenza notevolmente i vissuti e i comportamenti. Il tumulto di emozioni che i ragazzi vivono è spesso difficile da gestire e può mettere a rischio la buona riuscita del processo di crescita inducendo a comportamenti devianti. In alcuni casi le emozioni possono essere represse e disconosciute fino a negarne l’esistenza oppure disregolate perché eccessivamente esplosive ed intrusive per governarle.
Qualunque siano le difficoltà esperite, i ragazzi sono accomunati dall’impossibilità di riconoscersi ed elaborare la propria storia e i cambiamenti in atto. L’essere protagonisti nella propria vita, novità imposta dalla fase adolescenziale, destabilizza notevolmente questi ragazzi e gli equilibri precedentemente formati, ponendo su essi un carico che spesso viene vissuto come eccessivo.

Stralci di adolescenza osservata

Nell’esperienza di tirocinio svolta presso Kaleido ho avuto la possibilità tangibile di osservare le sfumature che possono caratterizzare questo percorso di crescita.
Nel relazionarmi con i ragazzi mi sono identificata con alcune loro parti: ho condiviso le fatiche del dolore che pervade e della confusione che ne impedisce la comprensione.
Ho preso parte alla lotta in atto contro il mondo che spesso muta in una lotta contro sè stessi.
Ho visto le cicatrici delle ferite subite e l’angoscia per quelle che potrebbero venire.
Ho visto la luce della speranza, quando si riaccende prima negli occhi e poi nelle parole. L’ho vista risplendere e affievolirsi in mutamenti repentini, ma fortunatamente mai spegnersi.
Ho capito come la condivisione non avvenga solamente mediante parole dette, ma anche attraverso piccoli gesti che spesso non siamo allenati a cogliere. Per quanto infatti sia per gli adolescenti difficile rivelarsi, essi hanno le capacità e la volontà di farlo, benché di frequente con modalità diverse da quelle attese. Riescono a raccontarsi ed esprimere la loro fragilità spesso con i gesti, qualche volta con disegni, i colori e a volte con le parole.

Stralci di adolescenza raccontata

Parole che anche per i ragazzi di Kaleido sono state mezzo di espressione di parti del loro vissuto.

  • Hanno scritto di quanto la vita sia: “tutto un casino, ma possa esser un gran bel casino”.
  • Delle ferite che la solitudine provoca: “Alle elementari non conoscevo la solitudine. Ma dalle medie in poi è stato… come dire un po’ una grossa spina nel fianco perché non conoscevo nessuno e anche se mi conoscevano naturalmente, loro mi facevano sentire diverso… troppo diverso.”
  • Hanno rivelato la complessità del processo di interiorizzazione della propria storia: “Vorrei fare un’ultima riflessione. Non parlo mai del mio passato perché mi da un po’ disagio, soprattutto dolore… un’altra cosa che avrei voluto non esistesse”.
  • Hanno raccontato di quanto sia difficile sperimentare ed elaborare le proprie emozioni: “Le regine delle cose delle quali farei a meno sono, naturalmente, le emozioni. Sì avete capito bene: quelle cose strane che fanno comportare le persone in modi irrazionali seppur prevedibili”
    “Mi ricordo la rabbia nel sentirmi fuori luogo.”
    “In questi anni la persona più cattiva sono stata io, mi sono rifiutata come fossi uno sbaglio, mi sono sminuita fino a dubitare del mio valore. Vorrei poterla azzerare per poter respirare. Condanno la mia cattiveria per essere ingiusta e crudele”.
  • Hanno dichiarato il bisogno profondo di sentirsi accolti e ascoltati: “Mi ricordo il momento in cui ho cominciato a fidarmi.”
    “Mi ricordo gli abbracci, di cui ora sono probabilmente dipendente”.

Ed è solo in quel possibile spazio di incontro con l’altro dove, attraverso l’ascolto sincero, la condivisione, il confronto e non unicamente il conflitto, è possibile far accrescere le speranze, elaborare le paure e realizzare il percorso evolutivo.

“Mi ricordo e mi ricorderò sempre di questo pezzo della mia vita che ho passato a Kaleido”.
Laura Marchesi, coordinatrice Centro Diurno Kaleido, psicologa-psicoterapeuta
Vanessa Scarpello, operatore Centro Diurno, psicologa

Quando la “R” non arriva: i consigli della logopedista

“Il mio bambino non sa dire la “R”. Cosa posso fare?” è una delle richieste più frequenti che i genitori rivolgono alla Dr.ssa Francesca Brignoli, logopedista del Centro Geode.

Intorno ai 4-5 anni, nel linguaggio dei bambini, si inizia a fare attenzione alla R. Alcuni di loro, infatti, hanno difficoltà a pronunciarla correttamente: ma quando è il caso di preoccuparsi? C’è qualcosa che possiamo fare per favorirne la comparsa?

Ecco i consigli di Francesca Brignoli: come intervenire e quando è meglio rivolgersi a un logopedista.

“Un verde ramarro correva al ruscello” oppure “Tigre contro tigre”.
Alzi la mano chi non è mai stato invitato a pronunciare uno dei classici scioglilingua che tradizionalmente vengono proposti per verificare l’abilità di produrre la lettera R: uno dei fonemi più particolari e, anche secondo la nostra logopedista, difficili da eseguire nella lingua italiana. Ma anche uno dei più presenti nelle parole del nostro vocabolario.

Intorno ai 4 anni si stima che il 20% circa dei bambini non la sappia ancora dire.
C’è qualcosa che possiamo fare per favorirne la comparsa?

Per prima cosa osserviamo noi stessi: come pronunciamo la erre?

Da manuale di fonetica la R è un fonema vibrante alveolare sonoro, ciò significa che viene prodotta con la punta della lingua posizionata dietro gli incisivi superiori, in una posizione tonica ma nello stesso tempo elastica, tale per cui il flusso d’aria proveniente dai polmoni possa mettere la lingua in vibrazione.
Sì, avete capito bene! La lingua non ha al suo interno un motorino che vibra. È l’aria che la fa muovere passando, mentre le corde vocali stanno producendo la voce e quindi anch’esse vibrano. Il resto della lingua va ben contenuta dentro l’arcata dentale superiore in modo che non ci siano sfiati laterali e tutta l’aria possa essere convogliata, attraverso un canale centrale, verso la punta. Facile, no?
Per la maggior parte dei bambini produrre la R è naturale e già un buon 50% è in grado di
farla vibrare naturalmente entro i 3 anni. Alcuni bambini – continua la logopedista Francesca Brignoli – per quest’età avranno già adottato spontaneamente una R con vibrazione posteriore, la cosiddetta R moscia o R francese; in questo caso non è la punta della lingua a vibrare ma è una porzione mediana o posteriore
che va ad incontrare il fondo del palato o le pareti faringee.

Perché una o perché l’altra?
Dipende dalla grandezza della lingua, dall’assetto delle sue fibre muscolari: la lingua è complessa e composta da una ventina di muscoli tra i suoi propri interni e quelli che la collegano alle altre parti della bocca.

Un altro aspetto molto importante per la R è la lunghezza e lo spessore del frenulo sublinguale (quel filettino che vediamo sotto la lingua se la solleviamo): se è corto difficilmente avremo una R di punta.

Differenze tra aspetto fono-articolatorio e fonologico

Fin qui abbiamo parlato degli aspetti più meccanici ma non dobbiamo dimenticare che il livello di attenzione che il bambino ha verso la sequenza dei suoni che sente e produce può ritardare o favorire la loro corretta successione mentre parla. Questo aspetto crea un’importante differenza, per il logopedista, tra una questione puramente fono-articolatoria (non riesco a dire bene quella lettera ma la riconosco e so dove andrebbe messa nelle parole) e una questione fonologica (faccio fatica a capire dove esattamente dovrei mettere questo suono nelle parole, posso confonderlo con altri suoni).

  • Nel primo caso basterà allenare i muscoli e la coordinazione della lingua, eventualmente con l’aiuto di uno spazzolino elettrico speciale.
  • Nel secondo caso si faranno dei giochi anche a livello di discriminazione uditiva per imparare a sentire e riconoscere la R all’interno di stringhe di suono via via più complesse.

Nelle parole che usiamo quotidianamente possiamo trovare la R in prima posizione oppure tra due vocali, talvolta doppia o vicina ad altre consonanti (ramo, fiore, torre, pranzo, braccio, treno, drago, crudo, grande, fresco, porta, parco, merlo, morso, marcia…).
Il logopedista sa che le combinazioni sono veramente tantissime e ogni bambino potrebbe trovare più semplice eseguire la R in una certa sequenza di suoni piuttosto che in un’altra. Generalmente i bambini che non producono ancora la R tendono a sostituirla con la L o talvolta con la N, oppure non la pronunciano del tutto.

Come capire se il nostro bambino è un buon candidato per sviluppare in autonomia la classica erre di punta?

Se al posto della R dice la L, ma facendogli dire velocemente TLA TLA TLA si sente in realtà un TRA TRA TRA e il bambino percepisce la differenza tra questi suoni, vedrete che la R non tarderà ad arrivare. Quindi si può facilitarne la comparsa tonificando la lingua con degli schiocchi (come quando si imita il suono del trotto del cavallo).
Se invece il bambino ha sviluppato in autonomia una R posteriore e mentre parla la usa già in tutte le posizioni (iniziale, mediana, doppia, preconsonantica, postconsonantica) in maniera fluida e comoda, va benissimo così. Accettiamo e valorizziamo questa sua abilità.
Con la R moscia si può fare tutto, anche diventare logopedista! E se vostro figlio lo desidererà sarà sempre in tempo a provare a dire anche la R di punta con il supporto adatto a lui e l’allenamento necessario.

Quando è meglio rivolgersi a un logopedista?

Se verso i cinque anni vostro figlio ancora sostituisce la R con la L oppure non marca proprio quella posizione nelle parole è utile portarlo da un logopedista che potrà valutare il quadro fonetico-fonologico generale ed eventualmente proporre delle attività utili, in primo luogo a favorire l’attenzione sulla corretta catena dei suoni: abilità fondamentale per imparare a leggere e scrivere efficacemente.

Francesca Brignoli, logopedista.


Bibliografia

  • Bortolini Umberta, I disordini fonologici, in Giorgio Sabbadini (a cura di) Manuale di neuropsicologia dell’età evolutiva (pp. 342-357), Bologna, Zanichelli, 1995.
  • Emma Perrotta, Patrizia Rustici, Correggere i difetti di pronuncia. Il programma A.P.I. (Ascolta-Prova-Impara) per l’allenamento percettivo-articolatorio, Trento, Edizioni centro studi Erickson, 2006.
  • Francesca Antonelli, L’allenalingua. Storie e favole per allenare le competenze articolatorie e deglutitorie, ed. Lulu, 2015.
  • Alessandra Zoccali, Valentina Mauro, Giochi fonologici. Attività di discriminazione uditiva e impostazione articolatoria, Trento, Edizioni centro studi Erickson, 2006.