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La deglutizione del bambino

Cosa accade nelle primissime fasi con la suzione?

La bocca è un luogo privilegiato di esplorazione del mondo per il neonato e già nella vita intrauterina, al quarto mese gestazionale, il feto succhia il dito e deglutisce liquido amniotico. Alla nascita il riflesso di suzione e il ritmo suzione-deglutizione-respirazione saranno di importanza vitale per il cucciolo. La buona riuscita dell’allattamento al seno dipende, per la parte tecnica, innanzitutto dalla forza con cui le labbra del bambino avvolgono il capezzolo, nell’appropriata zona dell’areola, per garantire una totale separazione fra l’ambiente della bocca e l’ambiente esterno. Solo grazie alla tenuta delle labbra, infatti, i movimenti di apertura e chiusura della mandibola (ovvero dell’arcata dentaria inferiore, edentula) producono le variazioni di pressione che portano alla fuoriuscita del latte dal seno materno. La lingua, che si può intravedere sporgere leggermente, appoggiata al labbro inferiore, segue i movimenti della mandibola e collabora alla spremitura del capezzolo con dei piccoli movimenti di leccamento. Per la bocca del bambino si tratta di un vero e proprio lavoro, faticoso ma prezioso, i cui effetti, a livello di tonicità muscolare, si vedranno anche nel tempo.

Come evolve la deglutizione nel bambino?

Intorno al quarto mese il riflesso di suzione si estingue e la lingua inizia ad assumere un ruolo più attivo: si muove maggiormente per estrarre il latte dal seno (anche se una parte fondamentale spetta ancora all’apertura e chiusura della mandibola) e dal sesto mese inizia a poter essere lateralizzata (la lingua può essere mossa a destra e a sinistra). In questo periodo avvengono dei cambiamenti strutturali importanti per la bocca del bambino, in particolare l’eruzione dei dentini incisivi, inferiori e superiori, che porta un freno alla fuoriuscita linguale e fornisce una guida per i nuovi movimenti della mandibola i quali pian piano verranno stabilizzati dall’uso e dalla presenza dei denti. La cavità della bocca si allarga, la laringe lentamente si abbassa nel collo e ciò crea una nuova geografia per i movimenti della lingua.

Cosa cambia con lo svezzamento?

Con le prime pappe il bambino tenderà a far uscire la lingua dalle labbra durante la deglutizione e potrebbe sembrare che rifiuti la pappa ma ha solo bisogno di prendere confidenza con questo nuovo tipo di alimentazione: per aiutarlo possiamo invitarlo ad aprire la bocca dicendo “AAA…”, rovesciare delicatamente il contenuto del cucchiaino (meglio iniziare con uno morbido, in silicone) sopra la sua lingua, nella parte centrale, e poi aiutarlo a chiudere le labbra (anche ponendovi sopra un dito, con gentilezza) mentre pronunciamo “MMM…”. Ecco dunque spiegata la valenza storica della sillaba “AM” mentre si imbocca un bimbo piccolo. Con il tempo il bambino imparerà ad utilizzare anche la parte posteriore della lingua e della bocca, masticherà con i premolari e aumenterà la forza della muscolatura masticatoria della guance, passando naturalmente ad una deglutizione di tipo adulto che prevede una spinta linguale rivolta verso il palato e nessun coinvolgimento della muscolatura di labbra e mento. La lingua, in posizione di riposo, sarà comodamente appiccicata al palato.

Come favorirne una corretta maturazione delle strutture orali?

Questo cambiamento nella dinamica deglutitoria e posturale della lingua, che dovrebbe essere completo entro i 6-8 anni, talvolta non si verifica e allora si possono osservare, nella maggior parte dei casi, delle deformazioni al palato che è divenuto ogivale, cioè alto e stretto, perché la lingua non sale ad allargarlo; la situazione diventa ancor più marcata se il bambino è un respiratore orale perché gli spazi interni del naso, non essendo utilizzati, non crescono (ricordiamo che il “soffitto” della bocca, internamente, corrisponde al “pavimento” del naso). Anche le arcate dentarie possono venire modellate da una spinta deglutitoria scorretta (oltre al cibo deglutiamo la saliva, circa una volta al minuto nelle ore di veglia, quindi le spinte giornaliere risultano parecchie): l’ortodontista può riscontrare morso aperto (open byte), incisivi superiori spostati in avanti (overject) o un’asimmetria delle arcate se sono presenti spinte linguali con prevalenza laterale.

Cosa fare se la spinta linguale risulta disfunzionale? 

La collaborazione fra dentista specializzato in ortodonzia e logopedista specializzato in tecniche miofunzionali è fondamentale. La deglutizione avviene prevalentemente in maniera automatica quindi il percorso di rieducazione logopedica della deglutizione potrà considerarsi completo solo quando il bambino, dopo aver rafforzato i suoi muscoli con specifici esercizi e aver appreso un nuovo modo di deglutire (sia la saliva che le diverse consistenze alimentari) sarà riuscito, grazie ad un percorso a tappe, a far diventare i nuovi movimenti facili e naturali. Importantissimo sarà il coinvolgimento dei genitori all’interno della routine di “ginnastica della bocca”, sia con la presenza e il sostegno, sia con la gratificazione del bambino per l’impegno dimostrato. Si tratta indubbiamente di un investimento di tempo ed energie ma con un riscontro molto importante in termini di benessere generale: è infatti ormai dimostrato e condiviso che i malposizionamenti della lingua nella cavità orale possono determinare meccanismi di compenso posturale di tutto il corpo, in particolare collo, spalle e schiena, per via delle relazioni che si instaurano tra strutture attigue.

Francesca Brignoli, Logopedista

 

Adolescenti e le ferite della pandemia

Adolescenza e Pandemia: tra disagio evolutivo e la richiesta di aiuto

L’impatto di una malattia pandemica che si dispiega su scala globale non è solo un evento medico – sanitario quanto anche un evento psicologico, sociale ed economico. Questo perché parliamo di eventi capaci di dimostrare, in modo spesso violento, quanto vulnerabili e fragili possano essere i nostri stessi sistemi sociali di convivenza e quanto spesso inadeguate possano essere le nostre conoscenze e risposte scientifiche, tecniche e in senso più ampio socio-comunitario.

Altre ricerche, tra cui IRCCS Gaslini di Genova, evidenziano come le misure di contenimento adottate per arginare la diffusione della pandemia e la paura dell’infezione con le sue conseguenze, la situazione di isolamento vissuta in questi mesi abbiano generato una condizione di stress con ripercussioni sulla salute fisica ed emozionale, psichica delle persone, soprattutto dei ragazzi e adolescenti.

Privati da oltre un anno di esperienze di vita, libertà di spostamento e di incontro, “i ragazzi sono vittime di sentimenti negativi che stanno evolvendo in pericolosi quadri di disturbo post-traumatico da stress o in costrutti psichiatrici”, mette in guarda la Società italiana di medicina dell’adolescenza.

La pandemia ha avuto quindi un impatto importante sulla fascia adolescenziale per la sostanziale modifica dei loro stili di vita piuttosto che per le conseguenze delle infezioni su di loro.

Sono stati privati per più di un anno di esperienze di vita, di emozioni, avvenimenti, possibilità di spostamento e di incontro con coetanei, possibilità di fare esperienze e sperimentare conoscenze e competenze, spazi di espressione fisica come lo sport, l’agonismo…. tutti elementi funzionali e necessari agli specifici compiti evolutivi dell’adolescenza.

Accanto a questo gli adolescenti hanno respirato e vissuto la preoccupazione per le angosce di malattia e morte, i lutti di persone care o conosciute, le notizie confondenti e inquietanti dei media, le perdite finanziarie e difficoltà economiche che hanno e stanno attraversando numerose famiglie…

Non è da sottovalutare l’accesso illimitato all’utilizzo dei social media: la scuola li ha visti per lunghe ore connessi davanti allo schermo per le lezioni a distanza, lo smartphone è diventato in questa pandemia il solo mezzo di comunicazione con il mondo esterno e molto spesso un modo per riempire il vuoto, la noia.

Aspetti che hanno fortemente interferito con il percorso di crescita degli adolescenti e sui compiti evolutivi tipici dell’età quale separarsi e differenziarsi dai genitori, conoscere sé stessi e le proprie potenzialità e proseguire il percorso e processo di individuazione, la costruzione di una rete di relazioni amicali, la sperimentazione di legami affettivi… passaggi evolutivi importanti in questa fase della vita.

Ora gli adolescenti stanno cominciando a manifestare il disagio che hanno vissuto in questi lunghi mesi: i problemi con l’alimentazione, l’ansia, alcune forme di depressione, attacchi di panico ma anche forme di autolesionismo (farsi dei tagli per scaricare la tensione, per sentirsi vivi…), strapparsi i capelli in modo sistematico, l’alterazione del ritmo sonno/veglia, la paura e la non voglia di uscire di casa, il sentirsi diversi, brutti e incapaci… sono alcuni dei comportamenti che i genitori stanno portando al centro Geode.

I genitori ci raccontano della loro fatica, del loro non sapere come aiutare i figli, del non comprendere se si sta superando il confine tra un disagio evolutivo, amplificato dalla pandemia o se il disagio che il figlio o figlia sta portando è segno di una sofferenza profonda, che necessita di essere compresa e di un percorso di aiuto, prima la situazione diventi complessa e “sempre più in salita”.

La qualità e l’entità dell’impatto sugli adolescenti della pandemia è determinata da molti fattori di vulnerabilità individuale come l’età dello sviluppo, lo stato di istruzione, le condizioni di salute mentale preesistenti, l’essere economicamente svantaggiati, l’aver vissuto l’esperienza di quarantena a causa di infezione o solo sospetta infezione … e anche da condizioni famigliari e dell’ambiente di vita: la presenza di lutti a seguito della pandemia, incertezze economiche, situazioni relazionali complesse… e altro ancora.

Come genitori siamo chiamati ad accompagnare i nostri figli anche in questo momento difficile per loro (e anche per noi). Chiedere un aiuto per comprendere la situazione, rivolgersi ad un centro specializzato sull’adolescenza non è segno di incompetenza, di incapacità. Non è un modo per dichiarare “malato il proprio figlio” o riconoscersi come “genitori incapaci”. È un gesto per riconoscere che abbiamo bisogno di aiuto, che siamo in difficoltà, che siamo preoccupati, che abbiamo bisogno di capire se i segni di sofferenza e disagio che stiamo sperimentando nella relazione con i nostri figli sono fisiologici o stanno invece manifestando un disagio più profondo. E questo è segno di responsabilità genitoriale.

Attendere che la situazione evolva in modo spontaneo è una strategia che in alcuni casi può funzionare, in altre situazioni è un modo per nascondere i problemi che inevitabilmente diventeranno più invasi la qualità della vita dell’intero sistema famigliare.

Presso il Centro Geode è possibile chiedere un confronto con uno psicoterapeuta specialista del centro per meglio comprendere cosa sta accadendo nella relazione con vostro figlio, vostra figlia, per collocare i segnali di disagio nella storia dell’adolescente, individuare alcune strategie di relazione all’interno della famiglia e valutare, se necessario, l’eventuale necessità di un approfondimento clinico del disagio presente.

Noi ci siamo.

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